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Lecce 2019 - Luoghi dell'Utopia - Io ci provo

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Io ci provo

Reportage di Alessia Rollo

Esistono immaginari intorno a luoghi o persone difficili da mutare. Le parole prigione e detenuto, ad esempio, evocano sicuramente nella nostra memoria scenari ed idee che poco invece hanno a che fare con la realtà e l'esperienza maturata da "Io ci provo", laboratorio teatrale in carcere e non teatro-carcere o per il carcere, come ci racconta la sua ideatrice Paola Leone di (Factory Compagnia Teatrale)
Nel 2005, al termine del suo percorso all'interno del teatro stabile per l'innovazione Koreja come tecnico esperto del teatro sociale, Paola decide di dare risposta ad un quesito che aleggiava nella sua testa da tempo osservando dalla città il carcere di Taranto: ma cosa faranno i detenuti, come spenderanno il loro tempo?
Questo dubbio si trasforma in un primo laboratorio di teatro nel carcere della Città dei due Mari, a conclusione del quale lo spettacolo si tiene con un solo detenuto: per trasferimenti e termine delle pene gli altri non vi possono partecipare.

Queste alcune delle costanti difficoltà di questa esperienza che fanno però scaturisce in Paola la consapevolezza che fare teatro in carcere è una maniera non di impiegare il tempo e basta ma di dare una dimensione altra a questo concetto. Va al di là delle ore passate per la formazione in teatro e si trasforma in una dimensione interiore che serve ai detenuti per maturare un senso critico verso loro stessi e il luogo in cui si trovano.

I detenuti-attori che partecipano al laboratorio "Io ci provo" studiano i testi nelle loro celle e ci si accorge che qualcosa sta cambiando anche all'interno del carcere quando ad esempio si ascoltano nei corridoi parole che sono titoli di opere letterarie o teatrali come "Ubu Rè" o "Madre Ubu" ecc.. Perché la cosa fondamentale oltre l'esperienza formativa è far cogliere ai carcerati l'idea che il teatro sia un luogo reale dove ci si può sentire liberi,un luogo che esiste esiste concretamente all'esterno e che può diventare se davvero uno lo vuole anche una nuova possibilità professionale.

Ma "Io ci provo" serve anche a chi gli spettacoli va a vederli perché se un retaggio culturale va abbandonato è quello di pensare al detenuto come individuo unicamente legato alla sua situazione contingente, dimenticando che sia dotato di una complessità, di un passato, una vita e spesso una famiglia che esistono al di là delle sbarre.

Questa meravigliosa esperienza colma di coraggio e ostinazione verso il cambiamento in un luogo così poco propenso ad entrambi è fatta da una compagnia teatrale che lavora, dove nessuno si sente eroe o antieroe, ma semplicemente ci sono persone che fanno una cosa "normale" dice Paola, perché "le carceri stanno nelle città, allora restituiamone l'uso al tessuto urbano".

E a dimostrazione che le utopie si possono avvicinare alla realtà tanto da diventarne sue parti concrete, "Io ci provo" ha come suo nuovo obiettivo quello di ristrutturare il teatro di Borgo San Nicola per renderlo un teatro stabile con tanto di rassegna annuale di spettacoli, compagnie esterne ospiti, laboratori con attori, registi etc. Chissà se ancora si potrà dire che di sogni non si vive.


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